ALLARME Smart Working: ora perdi la residenza, il medico e l’ISEE | Il nuovo accordo fa regredire il lavoro

Allarme smart working illustrazione (Canva foto) - www.insolenzadir2d2.it
Il nuovo volto dello smart working in Italia: tra sogno e incertezza, adessoi sono guai per i lavoratori agili.
Negli ultimi anni lo smart working si è trasformato in una scelta di vita per milioni di professionisti in cerca di libertà geografica, sostenibilità e flessibilità. Con il boom del lavoro da remoto, sono nate nuove esigenze e nuovi modelli abitativi, capaci di ridisegnare i confini tra lavoro e quotidianità.
In questo scenario, l’Italia si è affermata come una delle destinazioni più ambite dai nomadi digitali. Secondo il rapporto stilato da Dojo, otto città italiane si collocano tra le prime venti a livello globale per qualità della vita, costo della vita, sicurezza e accessibilità.
Genova, Bari, Catania e Firenze, tra le altre, attirano per il loro mix di tradizione, connettività e bellezza.
Le regole, tuttavia, non sono sempre al passo con i cambiamenti della società. Le istituzioni stanno cercando di rincorrere un fenomeno che evolve rapidamente, e nel farlo, potrebbero generare effetti collaterali inaspettati. Chi lavora da remoto potrebbe trovarsi escluso da alcuni servizi pubblici essenziali, in un paradosso che rischia di penalizzare proprio chi adotta modalità di lavoro moderne.
Una nuova normativa cambia le regole
Dal 2025, con l’entrata in vigore di un nuovo accordo tra INPS, Anci e il Ministero dell’Interno, chi lavora in smart working da una località diversa dalla propria residenza anagrafica rischia di perdere l’iscrizione all’anagrafe. Questo perché, trascorrendo la maggior parte del tempo altrove, si interrompe il legame di fatto con il proprio Comune.
La cancellazione dall’anagrafe porta con sé effetti gravi e spesso sconosciuti: l’interruzione del rapporto con il medico di base, la perdita della residenza fiscale, l’impossibilità di accedere ad agevolazioni come l’ISEE. Come riporta QuiFinanza, tutto ciò potrebbe interessare una platea sempre più ampia di lavoratori, proprio mentre l’Italia si afferma come leader nell’accoglienza dei nomadi digitali. Lavorare in smart working, oggi, può voler dire anche affrontare una nuova burocrazia, meno flessibile di quanto si immagini.

Un paradosso tutto italiano
Il contrasto tra l’Italia che accoglie i nomadi digitali e quella che rischia di penalizzare i suoi stessi lavoratori da remoto appare sempre più evidente. Da un lato, il Paese domina le classifiche internazionali come una delle migliori mete per lo smart working, offrendo città vivibili, economiche e ben collegate. Dall’altro, l’apparato normativo sembra procedere in direzione opposta, complicando la vita a chi sceglie di lavorare fuori sede, anche solo per pochi mesi all’anno.
L’aggiornamento dell’accordo sull’anagrafe, pur volto a garantire una maggiore coerenza tra residenza e presenza reale sul territorio, non tiene conto delle nuove modalità di lavoro ibride e flessibili. Perdere la residenza può significare anche essere esclusi dall’assistenza sanitaria locale, dai servizi scolastici per i figli e dai sussidi pubblici.